Riflessioni a voce bassa estemporanee e random dopo una lezione di arte contemporanea sull’estetica ribelle e la bruttezza

“La bellezza non salverà il mondo” lezione di Mauro Papa Venerdì 16 gennaio, Mauro Papa, “Il diritto alla bruttezza”.


Mauro Papa, Polo museale le Clarisse Grosseto
Presentazione e primo incontro La Bellezza non salverà il mondo: lezioni di estetica ribelle


Di recente sono stata alle Clarisse, Polo museale della mia Grosseto. Mauro Papa, direttore del Museo, ha tenuto una lezione molto interessante, ha ragionato sulla bruttezza, ha raccontato artisti “contro”, performance, graffiti, e molti altri temi della nostra signora dell’Arte. In maniera divulgativa, a tratti provocatoria. Definirsi artista o negarlo, credere che ciò che è artistico sia sacro, intoccabile, divino, essere o no dentro il sistema. Dentro il sistema dell’arte. Questi alcuni dei temi.

E io ho il vizio di pensare troppo e a intervalli.

Cercate di tenere il bandolo se vi va. E sotto dite al vostra pacificamente.

Durante la lezione sono emerse piccole contestazioni, come spesso accade quando si toccano pratiche radicali o figure simboliche. Qualcuno ha messo in discussione l’arte di Marina Abramović, qualcuno ha invocato il Logos, la bellezza come criterio. Scene già viste. Robe gia sentire. Un po’ come è successo anche a me, in passato: per qualcuno le mie cose erano “specchietti per allodole”, giochetti, soprattutto nel mondo della fotografia. “Questa non è arte”.

È un copione ricorrente. Ogni epoca ha i suoi scandali, e quasi sempre li chiama così prima di chiamarli linguaggio.

A un certo punto Mauro ha usato un’espressione: “il più grande artista relazionale italiano”. E lì mi sono chiesta cosa significhi davvero. Grande rispetto a cosa? Al mercato? Alla visibilità? Ai social? Al fatto che lo conoscono in molti? O forse grande nel senso di chi ha aperto spazi, creato relazioni, educato uno sguardo? La grandezza, in arte, non è mai una misura semplice.

Ed oggi cosa è un grande artista? Per me è grande Alberti Garutti ad esempio perché  l'artista che indicava Mauro non lo conoscevo. Ma è possibile nel 2026 conoscere tutti? 

“Eh ma lui, Eh ma lei?” 


Boh io conosco chi incontro… chi ho studiato... non tutti... e forse io sono un po la peggiore, ignorante dichiarata, che è comodissimo, mi tutela dal perdere la meraviglia. Troppo "distratta" come sono dal mondo emergente e si sappia io sono abbastanza divergente e indipendente, lontana dal main straim soprattutto troppo isolata in Italia, un ritiro che mi sono imposta dopo le mie esperienze in collettivi che mi hanno talmente schifato da preferire un accesso ip… altra storia, forse altro post.


Quello che sempre mi colpisce, e che sento di mettere a fuoco oggi, è questo: l’arte contemporanea non è un campo unico. È una costellazione di micro-mondi che convivono, spesso senza capirsi. C’è il mondo del grande mercato e dei capitali, quello delle art fair e delle gallerie, quello dei social, quello degli indipendenti, dei collettivi, degli autodidatta. Non sono gerarchie morali. Sono ecosistemi diversi. Non tutto va giudicato. Forse si può scegliere. Forse si può frequentare... Siamo di fornte a un cambiamento epocale del quale forse ci rendiamo poco conto. Il web, i social, la pandemia, hanno stravolto quello che già Bauman definiva liquido. La specializzazione è in fin di vita... colpa del multitasking, e della connessione.


L’arte non può e non deve essere estremamente comprensibile. Se lo fosse, non sarebbe arte. Sarebbe comunicazione efficace. L’arte che concepisco io, quella di chi ha qualcosa da dire, da esprimere, da studiare, da inventare, non nasce per spiegare o rassicurare, ma per arricchire il mondo, per anticipare il futuro, per aprire domande. E oggi gli autodidatti sono milioni. Bene? Male? sicuramente più democratico di 100 anni fa. E si sa la democrazia non è perfetta. Il mito dell’artista pigro, ribelle, geniale, improvvisamente ricco, figlio degli anni Ottanta, aveva un’immagine che oggi non regge più.

Da quando lavoro con gli artisti, so che la maggior parte è in buona fede. 

Forse alcuni sono ignoranti, a volte banali, ingenui, abbagliati da mode e da stronzate, sì. Ma in buona fede. Cercano successo e visibilità non meno di un architetto, di un artigiano, di un commerciante. Anche il mondo degli indipendenti è cambiato. È stato sdoganato il fatto di poter fare altri lavori. In Itlaia è un assurdo mantra: per vivere devo fare un altro lavoro, ce la faremo a liberarci!

L’indipendenza, sostenuta dal web e dai social, è diventata sempre più reale, non più solo romantica.

Si parla spesso di iperproduzione artistica. Ma siamo miliardi. E siamo dentro un sistema di amplificazione potentissimo. Il web amplifica. Gli algoritmi amplificano. Il fenomeno non è solo quantitativo, è strutturale. Forse non produciamo troppo. Forse vediamo tutto, subito, sempre, ovunque. E questo altera profondamente la percezione del valore. Il tema dell’amplificazione è enorme, e andrebbe approfondito seriamente.

... e poi tutti comunque sognano di arrivare… di esporsi al pubblico della Biennale, del MOMA, del … tutti sognano di vendere, anche perché l’arte è spesso un lavoro... o una missione... o una paraculata. E va bene lo stesso!


Io mi sento artista. Non brava, non genio. Mi sento un’adepta dell’arte, una sua ancella. La mia mente e la mia anima non possono starle lontane. Sono settata per pensare progetti, azioni d'arte, creare collettivi, da sempre. Non ho studiato subito. Ho iniziato a "caso", attratta da...  A Londra ho incontrato l’arte underground e ho sentito che mi apparteneva. Sopratutto la sua libertà... Poi ho studiato. Ho cercato a lungo una tribù. Per anni mi sono accontentata di amici immaginari, costruiti sulle biografie dei libri. Poi ho ciminciato a costituire collettivi, spesso fallimentari. Dieci anni fa ho inciampato nei collettivi inglesi, virtuali guarda caso. E qualcosa si è ricomposto. Ha funzionato!



Forse uno dei nodi più difficili da sciogliere è proprio questo: continuiamo a ragionare sull’arte con paradigmi che non le appartengono più. Usiamo griglie nate nel Settecento, nell’Ottocento, a volte addirittura in una sorta di preistoria simbolica dell’arte, come se fossero strumenti neutrali e non costruzioni storiche. Continuiamo a cercare il genio, l’opera unica, il canone, la bellezza misurabile, la coerenza formale come valore assoluto. Ma lo facciamo in un mondo che non funziona più così.

L’arte contemporanea nasce dentro una società iperconnessa, accelerata, frammentata, traumatizzata, iperproduttiva. Pretendere che risponda agli stessi criteri con cui si giudicava un dipinto accademico o una scultura ottocentesca è una forzatura concettuale prima ancora che estetica. È come usare una mappa nautica del Settecento per orientarsi in una metropoli digitale: affascinante, ma inefficace.



La pratica artistica che porto avanti non nasce dall’idea di opera come oggetto autosufficiente, né dal desiderio di bellezza come fine. Nasce da un bisogno di attraversamento. Corpo, immagine, tecnologia, memoria, trauma, trasformazione. Non produco per decorare il mondo, ma per interrogarlo. Non per spiegare, ma per creare attriti, soglie, spazi di risonanza. È un’arte che non chiede consenso immediato, perché non nasce per piacere, ma per restare.



Forse è anche per questo che certe pratiche continuano a essere rifiutate, ridicolizzate, semplificate. Ma da chi? E poi ma chi se ne frega. Fortuna, incontri, auto boicottaggi, il web, strategie,  determinano cosa siamo e dove andiamo. Non entrare  nei vecchi paradigmi crrea una strada. L’arte non è un obbligo puoi fare altro, l’arte non è un obbligo la puoi evitare. Alcune pratiche non offrono una bellezza pacificata, ma una bellezza instabile, ferita, a volte scomoda. Mauro lo ha detto chiaramente: è proprio lì che l’arte, storicamente, ha sempre lavorato, nei momenti in cui il linguaggio dominante non bastava più.

Continuare a invocare modelli passati come unica misura del presente non è conservazione della qualità, ma paura del cambiamento. La qualità non è una forma fissa. È una relazione. Cambia con i contesti, con i mezzi, con le urgenze. Oggi l’arte non è solo oggetto, è processo, rete, gesto, posizione. È anche progetto, collaborazione, uso consapevole della tecnologia. Ignorarlo significa parlare di altro.


Quando sento invocare il Logos come misura ultima, mi chiedo se non abbiamo perso la meraviglia. Il Logos serve a comprendere, a ordinare, a nominare. Ma l’arte non nasce lì. L’arte non va adorata, ma nemmeno addomesticata. Ci si lascia contattare. Ci si lascia meravigliare. L’arte non può essere vivisezionata per essere capita. Noi la sezioniamo per studiarla, non per possederla.

L’arte tocca luoghi della mente e dell’anima non sondabili. Non puoi metterle briglie, non puoi indirizzarla. Puoi solo fruirla. E poi, se non ti piace, rifiutarla. Altrimenti siamo in una forma di dittatura, dove l’arte può essere solo sociale, solo bella, solo pratica, solo utile, solo morale, solo vendibile, solo virale.



E poi c’è una domanda che mi ritorna spesso. Cosa direbbe Vincent van Gogh se arrivasse oggi e vedesse i suoi girasoli stampati su una tazza o su una tovaglietta da colazione? Forse bisognerebbe spiegargli che tutto cambia, che il capitalismo ingloba, moltiplica, mercifica. Ma il punto non è lui. Il punto siamo noi. È cosa perdiamo quando confondiamo l’esperienza con il consumo, la meraviglia con l’oggetto rassicurante.


La lezione di Mauro mi ha dato pace. Perché parlava, senza dirlo, di ciò che sento e di ciò che vivo. 

Ha risuonato forte.


Ho sempre cercato una tribù. Ho un brutto carattere. Forse non l’ho mai trovata davvero, ma ho imparato a riconoscere i luoghi in cui l’arte non viene chiusa, ma lasciata aperta. Stare dentro l’arte senza possederla. Attraversarla senza pretendere di definirla. Restare in ascolto. E continuare, nonostante tutto, a scegliere. Luoghi vivi e vitali.



L’arte non ha bisogno di essere amata da tutti.
Ha bisogno di essere attraversata con onestà.
Il resto è rumore.




Gli incontri proseguono con altri interessanti argomenti, ecco il calendario:

Venerdì 30 gennaio, ore 18, Gianmarco Serra e Maurizio Cont, “Disert-Art, banalità e noia dell'art discount contemporaneo nella società selfie a bassa pressione”. 

Domenica 8 febbraio, ore 18, Mario Iacomini, Mauro Papa ed Emilio Guariglia presentano: “Rinascimento del Gusto: Pensiero Biodiverso / La cucina come arte e un'estetica ormai postuma”.

Venerdì 13 febbraio, ore 18, Mariagrazia Celuzza, Elena Chirico, “Tutti troiai! Come l'archeologia ha divorziato dall'arte”. 

Venerdì 27 febbraio, ore 18, Vanessa Roghi, “Lezioni di fantastica”. 

Venerdì 6 marzo, ore 18, Margherita Marri, “Meravigliosi Mostri. Architettura, progetto, militanza: note per abitare la crisi”. 

Venerdì 20 marzo, ore 18, Vanessa Rusci, “Domare il mostro. Algoritmi, intelligenza artificiale e disobbedienza estetica”. 

Venerdì 17 aprile, ore 18, Andromalis, “Silver Surfer, da icona pop a zombie underground”. 

Venedì 29 maggio, ore 18, Valentina Valerio “Le pietre dello scandalo. Distruzioni e ricostruzioni postsismiche”, e Antonio Ranesi, “La fotografia fuori catalogo”.

illustrazione di Andro Malis

P.S.

C’è anche un’altra cosa che ho capito solo col tempo, e non senza fatica: esiste una distanza reale tra le persone e l’arte contemporanea. E no, non è sempre un problema da risolvere. Non è una operazione classista. In molti casi è una condizione necessaria. Se quella distanza fosse completamente colmata, probabilmente non saremmo più davanti all’arte, ma a qualcosa di immediatamente consumabile, rassicurante, addomesticato.

Ci ho messo anni per comprenderlo. Anni di rifiuto, di fastidio, di domande senza risposta. Desideravo che l'arte fosse per tutti! Che illusione, quella è la pubblicità! 

Quando vedi un taglio e non capisci, quando ti trovi davanti a un’opera di Lucio Fontana e senti solo vuoto o provocazione. Quando pensi "potevo farlo anche io". Quando vedi un robot che scolpisce e non capisci più dove sia l’artista, dove sia il gesto, dove sia la responsabilità umana. Tutto questo spaesamento, rabbia, noia non è un errore di chi guarda. È parte dell’esperienza.

L’arte contemporanea non chiede di essere capita subito. Chiede tempo, attrito, resistenza. A volte chiede anche di essere rifiutata. Quella distanza è uno spazio di lavoro, non un difetto. È il luogo in cui lo sguardo si misura con i propri limiti, con le proprie aspettative, con l’idea stessa di cosa consideriamo “arte”.

Voler colmare quella distanza a tutti i costi significa chiedere all’arte di diventare qualcos’altro. Di spiegarsi, di giustificarsi, di farsi piccola. Io oggi so che non è lì che voglio stare. Preferisco un’arte che mi tenga a distanza per un po’, piuttosto che una che mi venga incontro solo per piacermi.

Quell'arte che mi fa dire: perchè e grazie.

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