Fotografia sequenziale immersiva di Vanessa Rusci
Fotografia sequenziale immersiva: superare l’immagine, attraversare il mito
Immagine tratta dal Fregio Adriano
In occasione di una riproposizione di Concedimi un altro divenire, mi sono trovata a rileggere una parte della mia ricerca fotografica che, nel tempo, si è stratificata su più livelli.
Non è stato un semplice ritorno a un lavoro.
È stato un modo per capire meglio cosa stavo facendo.
Chi collabora con me lo sa: accetto progetti solo quando esiste uno spazio reale di ricerca sulla fotografia. Non mi interessa produrre immagini. Mi interessa capire cosa può ancora diventare la fotografia, come può trasformarsi, dove può spingersi.
Questo comporta tempi lunghi.
A volte molto lunghi.
Non è una questione di lentezza.
È una necessità.
Ho bisogno di lasciare sedimentare, di osservare, di tornare sui lavori, di attraversarli più volte. Alcune cose non si risolvono in un gesto immediato. Richiedono una costruzione lenta, una forma di ascolto.
Riguardando Concedimi un altro divenire, è diventato chiaro che la ricerca non era concentrata sull’immagine singola.
Era sull’editing e sull’installazione.
Il punto di partenza: il flusso
La domanda che guidava il lavoro era semplice solo in apparenza:
come usare la fotografia per far vivere a chi guarda il processo creativo?
Non raccontarlo, ma farlo attraversare.
Il lavoro nasceva da un’esperienza precisa: camminare dentro una città e percepire una sovrapposizione continua tra ciò che è visibile e ciò che appartiene al mito.
Le poesie diventavano una chiave di accesso.
Non illustravano le immagini, ma le aprivano.
La città non era più solo spazio urbano.
Diventava un territorio attraversato da presenze, figure, rimandi.
Il mito non veniva rappresentato.
Affiorava.
E la fotografia, da sola, non bastava più.
Il limite dell’immagine singola
A un certo punto del mio percorso ho iniziato a sentire un limite molto preciso.
La fotografia, così come viene comunemente mostrata, tende a fermarsi.
Si chiude in una superficie.
Si esaurisce nello sguardo rapido.
Questo non riguarda il mezzo in sé.
Riguarda il modo in cui viene usato.
Dopo molti anni di studio e pratica, diventa difficile accettare una ripetizione continua delle stesse modalità.
Stesse strutture, stessi racconti, stessi meccanismi di legittimazione.
Non sempre, ovviamente.
Esistono ricerche che hanno aperto strade importanti, soprattutto lavorando sulla sequenza, sul tempo e sull’installazione.
Ma il problema resta:
come uscire dall’immagine che si ferma?
Tornare al limite per superarlo
Una delle condizioni più interessanti di quel lavoro è stata la richiesta di tornare al bidimensionale.
Dopo aver lavorato con proiezioni, superfici, oggetti, mi sono trovata a dover ripensare la fotografia dentro un formato apparentemente limitante.
È stato proprio lì che la ricerca ha trovato una direzione.
Non si trattava più di aggiungere qualcosa all’immagine.
Ma di modificare la relazione tra le immagini.
Ho iniziato a lavorare sulla sequenza.
Non come semplice successione, ma come struttura.
La forma della fotografia è diventata centrale:
dimensione, ritmo, relazione cromatica, continuità e interruzione.
L’immagine ha smesso di essere autonoma.
Ha iniziato a esistere solo in relazione alle altre.
Fotografia sequenziale immersiva
Da questa ricerca è emersa una modalità che oggi definisco:
fotografia sequenziale immersiva
Una costruzione visiva in cui la fotografia non si esaurisce nello scatto, ma si sviluppa in un percorso.
Lo spettatore non guarda una serie di immagini.
Entra in un flusso.
La sequenza non è libera.
È guidata.
Il ritmo non è casuale.
È costruito.
Lo sguardo viene accompagnato, quasi costretto, a seguire un tempo preciso.
In questo senso, l’allestimento diventa parte integrante dell’opera.
Non è un supporto.
È un dispositivo.
Il fregio espanso mitopoietico
All’interno di questa ricerca, una delle forme più significative è quella che ho chiamato:
fregio espanso mitopoietico
Una sequenza continua in cui le immagini si fondono tra loro, generando una superficie visiva che non ha più una netta separazione tra uno scatto e l’altro.
Il riferimento al fregio è strutturale:
una narrazione orizzontale, continua, attraversabile.
Ma qui il fregio non resta sulla parete.
Si espande nello spazio, nella percezione, nel tempo.
Il mito non viene illustrato.
Si manifesta nel quotidiano.
È qualcosa che emerge mentre si guarda.
Costellazioni e strutture sincroniche
Accanto alla sequenza continua, la ricerca ha preso altre forme.
Le costellazioni sono dispositivi in cui le immagini restano separate.
Non esiste un ordine lineare.
Il senso si costruisce attraverso connessioni.
Lo spettatore non segue un percorso imposto.
Attiva relazioni.
La struttura a blocchi sincronici, invece, lavora sulla simultaneità.
Le immagini sono organizzate in moduli che dialogano nello stesso tempo.
Non c’è scorrimento.
C’è risonanza.
Queste forme non sostituiscono la sequenza.
La espandono.
Oltre la produzione di immagini
Guardando oggi questo lavoro, mi è chiaro che la questione non era produrre nuove immagini.
Era costruire le condizioni perché le immagini potessero accadere in modo diverso.
La ricerca, in questo senso, non è un elemento accessorio.
È ciò che permette di uscire da ciò che già si conosce.
Non garantisce risultati.
Non semplifica.
Ma apre.
E forse è proprio questo che continuo a cercare.
Il progetto a questo link
https://www.vanessa-rusci-arte.com/concedimi-un-altro-divenire
Alla prossima



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